20 settembre 2016

The Neon Demon (di Nicolas Winding Refn, 2016)


NOTA BENE: quanto troverete scritto in questo post è espressione del mio punto di vista e non ha nessuna pretesa di oggettività. Non vi incazzate se il mio punto di vista non coincide con il vostro. Grazie.

Ritrovarmi qui, a scrivere di un film del genere, non è semplice. Non perché non mi sia fatto una chiara idea sul che cosa dire, né perché io creda di non avere tutti gli strumenti necessari per poterlo fare. Piuttosto, dall'alto della mia arroganza, credo che l'idea di dedicare un intero post a The Neon Demon mi metta a disagio.
Il motivo è semplice: mi sono approcciato all'ultima fatica di Nicolas Winding Refn con tutta la cautela di questo mondo, ma consapevole di stare per vedere l'ultimo film di uno dei miei registi preferiti. Quindi cautela sì, ma fino a un certo punto, con tutte le aspettative sparate al massimo. E alla fine mi sono sentito tradito. Alla fine mi sono ritrovato scontento. Irritato. Perché no, anche incazzato. Tutto ciò perché, a mio modesto parere, The Neon Demon è un brutto film. Sempre ammesso che si possa definire tale.

Molto spesso, quando mi capita di vedere opere fuori standard, la domanda che mi pongo a fine visione è: ne è valsa la pena?
In questo caso la risposta che mi sono dato è stata netta, palese, chiara: no, non n'è valsa! Non c'è stato posto per l'indecisione, ma questo non significa che adesso trovi semplice parlarne. Trovo piuttosto che The Neon Demon sia un brutto film, ma anche una bellissima opera d'arte. Da qui il disagio, da qui la difficoltà.

17 settembre 2016

Trent'anni di incantevoli incubi. Omaggio a Dylan Dog - di Gianpaolo Roselli


Appuntamento speciale quello di oggi qui, su Combinazione Casuale. Speciale perché, nel puro spirito di quella che era la mia idea originale del blog, torno ad ospitare un autore esterno su questo sciocco sito. Prima però di presentarvi la persona in questione, credo sia doverosa una premessa.

In questo post qui, di un po' di tempo fa, vi parlai delle origini del mito (sì, vabbè) di come è nato Combinazione Casuale, non il qui presente blog ma il Combinazione Casuale originario, una piccola rivista universitaria distribuita nei corridoi della Facoltà di Lettere. Per ripercorrere brevemente questo piccolo pezzo di storia (sono ironico) e per dare un'occhiata al mitico numero zero di quella rivista vi basterà cliccare sul link di poco fa. Ma perché ritiro in ballo questa storia? Perché la persona che ospito oggi è colei che ha dato origine a tutto questo. La persona che per prima ebbe l'idea, che per prima chiamò a raccolta noi fondatori, che per prima propose quello che sarebbe stato poi il titolo da me preso in prestito per il mio blog. Insomma, ecco a voi Gianpaolo Roselli, mio vecchio collega e amico.

Il post di oggi parla di Dylan Dog e, come lo definisce l'autore stesso, è un vero e proprio omaggio. Gustatevelo e fateci sapere nei commenti cosa ne pensate.

Trent'anni di incantevoli incubi.
Omaggio a Dylan Dog

La prima volta che mi capitò tra le mani un fumetto di Dylan Dog fu durante la gita di seconda media. Nel pullman un mio compagno di classe, sedutosi accanto a me, portava con sé due albi. Li ricordo perfettamente: il numero 45 Goblin e il numero 79 La Fata del Male.
Durante il viaggio me li feci prestare. Scoprii così l'esistenza di un fumetto diverso, distante anni luce dalla Disney, mondo entro il quale era stato confinata la mia idea di fumetto.

14 settembre 2016

[Poesia] Rincorrendo all'infinito


Come avrete facilmente notato, in questo inizio settimana non sono riuscito a pubblicare nessun post, nessuna recensione, nessuna opinione su film e affini. In verità il mio mood umorale non è dei migliori, dovendo affrontare talune problematiche e non di un'unica tipologia. Parlando potabile, vuoi per il lavoro, vuoi per la mia vita privata, vuoi per determinati progetti "professionali" apparentemente arenati, il mio umore è precipitato sottoterra.

Detto questo, da qualche giorno a questa parte ho ricominciato a scrivere e sto curando anche uno speciale per il blog che spero di far uscire per questo fine settimana. Ciò che vi propongo oggi, invece, è una poesia. Inizialmente l'ho pubblicata sulla pagina Facebook del blog ma in questi ultimi giorni l'ho ripresa e l'ho "completata". Questa che vi propongo è quindi la sua versione definitiva, che però ha una particolarità: ho immaginato una poesia in moto perpetuo, una poesia che non finisce e nel suo infinito esistere vive di ciclicità. Lo so, è una stronzata, ma è così che mi si è evoluta tra le mani ed è così che ve la propongo.   

Come fai? 
Non che ci sia ancora
molto da dire, alla fine:
si resta così,
un mistero per tutti,
anche per se stessi. 
Ma è questa la domanda
che ripeterei all'infinito
a un dio (se mai esistesse)
sicuro di non ricevere risposta
e passando l'eternità, 
così,
cercando di comprendere 
il senso di tutto,
il motivo
per cui - alle volte - 
mi sento così triste
- alle volte -
o altre in cui ricordo 
una felicità lontana
che non ricordo 
di avere mai provato.

Solo allora resterei immortale
e l'immortalità
mi annichilirebbe
annientandomi
nel tentativo di comprendere
(anche se non posso),
per tentare di essere intero
e non più solo metà,
sicuro di sapere
- pur avendola dimenticata -
la risposta
alla domanda che rimane ancora
quel che faccio a te
per un'ultima volta
anche se tanto so già
che non risponderai.

Come fai? 
Non che ci sia ancora
molto da dire, alla fine:
si resta così,
un mistero per tutti,
anche per se stessi. 
Ma è questa la domanda
che ripeterei all'infinito
a un dio (se mai esistesse)
sicuro di non ricevere risposta
e passando l'eternità, 
così,
cercando di comprendere 
il senso di tutto,
il motivo
per cui - alle volte - 
mi sento così triste
- alle volte -
o altre in cui ricordo 
una felicità lontana
che non ricordo 
di avere mai provato.

Solo allora resterei immortale
e l'immortalità
mi annichilirebbe
annientandomi
nel tentativo di comprendere
(anche se non posso),
per tentare di essere intero
e non più solo metà,
sicuro di sapere
- pur avendola dimenticata -
la risposta
alla domanda che rimane ancora
quel che faccio a te
per un'ultima volta
anche se tanto so già
che non risponderai.

(e così, all'infinito)

08 settembre 2016

[Racconto] Un altro stupido racconto horror


“Plic, plic, plic”, costante come la goccia che alla fine perfora la roccia, quel lento e rumoroso, frastornante gocciolare perforava i suoi timpani e il suo sistema nervoso, che non era mai stato dei più solidi.
“Plic, plic, plic” e non si fermava, quasi fosse il tempo che passava, i secondi che si scambiavano di posto, il procedere di una marcia infinita di infiniti passi che si approssima sul baratro della pazzia, per nulla timoroso di gettarglisi dentro.
“Plic, plic, plic” estenuante, a tratti violento, quel gocciolare la violentava, la umiliava, la derideva nella sua impossibilità ad alzarsi per farlo smettere.
Non che fosse una situazione completamente nuova, per lei. L'impossibilità di far smettere qualcosa. L'impotenza. Era una sensazione (anzi, un sentimento) che lei conosceva bene. Esercitare controllo solo per capire di non averne. Non averne e soffocare nell'ansia di desiderarne senza successo. Ritrovarsi spietatamente inerme neanche fossero mulini a vento ma veri propri giganti invisibili chiamati circostanza, casualità, dovere e pragmatismo.
Ecco, pragmatico. Per lei quello era diventato quasi un'offesa. Cosa voleva dire, infondo?

Pragmatico: prag·mà·ti·co/
aggettivo
Caratterizzato, ispirato o promosso dal prevalere di atteggiamenti o interessi pratici su quelli teoretici.
"una linea di azione p. e realistica"

In altre parole il trionfo del materialismo. Era sempre stata così? C'era davvero bisogno di tutto questo trionfo della materia sul pensiero? Anzi, c'era davvero bisogno di piegare il pensiero alla materia? Non poteva trattarsi piuttosto di un livello intellettuale di praticità?
Quello di dire, ad esempio, tutto quello che si pensa senza paura di essere giudicati. Ma quella possibilità era negata dall'impossibilità di porre il proprio pensiero sullo stesso piano di quello altrui. Ciò non avveniva quasi mai: il pensiero altrui non accettava pari, si sentiva al vertice di una piramide di fervido egoismo. Non rimaneva possibilità di discussione. Il punto di vista personale, divenendo assolutistico e assolutisticamente centrico, si faceva monarca di un regno caotico in cui tutti parlavano e tutti se ne fregavano delle parole altri, in uno scambio collettivo tra gente che rimaneva sempre sulla propria posizione. Era solo l'ombra del cambiamento, l'illusione del progressismo, il funerale dell'automiglioramento.

Ma se non importava a nessuno, che senso aveva farlo? Lo scopo era sempre stato quello di stare meglio, in fondo. O almeno, così le pareva di ricordare. Ma se per ogni scalino che con fatica era riuscita a superare c'era poi una nuova rampa che la separava da tutti gli altri, a che pro compiere quello sforzo immenso? Non conveniva prendere una scorciatoia e fottere tutti saltando direttamente al primo posto?

“Plic, plic, plic”, adesso quel rumore sembrava quasi volesse parlarle. Via via che lo ascoltava, le era parso divenisse un progressivo blaterare, di quelli fitti fitti, come se in ognuna di quelle gocce vi fosse rinchiusa una folla.

Folla: fòl·la/
sostantivo femminile
Moltitudine anonima di persone: far f., accalcarsi; anche spreg., massa, volgo.
"non bisogna credere agli applausi della f."

Tante gocce, tante folle.

Folle: fòl·le/
aggettivo
1.
Spinto o promosso da una visione deformata o travisata della realtà: un f. proposito; di persona, anche s.m. e f..
"è da f. comportarsi così"

Tutto tornava, tutto aveva senso. Tutto. Finalmente. Aveva. Un. Fottutissimo. Senso. La gente era pazza e dava forma a una realtà di cui aveva travisato il senso. Perché così andava: era la gente a dare forma all'insostenibile varietà del caos. A chiuderlo in dei cassetti. A frenarlo con dei paletti. A metterci sopra delle etichette. Ma, soprattutto, erano le persone a dare consistenza all'inconsistente, a sacrificare la teoria in favore della pratica, l'intelletto del muscolo, riuscendo persino nell'impossibile compito di dare importanza all'inutile, senso al non sense. Perché a loro non piace, loro odiano vivere nell'indeterminatezza, quella che non ci metterebbe nulla a sacrificare le loro stupide idee, le loro inutili convinzioni, i loro gonfi e tronfi ego che già tutto hanno deciso, già tutto sanno senza ammettere di non sapere.

Ed ecco che le arrivò finalmente la rivelazione che aspettava da anni: la sua ansia da controllo derivava dal fatto che non c'era possibilità di controllare nulla. Le cose andavano a finire per i fatti loro, il resto era solo parvenza, solo il gonfiarsi del piccolo e debole animale per cercare di apparire grande e forte. L'apparenza a cui tutto, in un atroce e ultimo atto di follia, l'umanità aveva sacrificato.

E “plic, plic, plic”, forse avrebbe dovuto abbandonarcisi, impazzire anche lei (se già non era successo), lasciarsi andare. Qualunque cosa avesse provato a fare non sarebbe servita, infondo. “Plic”. In quel rumore il senso di tutto. Provò a concentrarsi un attimo, per l'ultima volta, e si chiese se sarebbe mancata a qualcuno. “Plic”. Forse alla sua famiglia. “Plic”. Forse ad un paio di amici. “Plic”, forse no. “Plic”, forse a nessuno. “Plic”, forse non se ne sarebbero neanche accorti. Ma il concetto di mancanza le sfuggiva proprio, in quel momento. Ad esempio, a lei Domenica sarebbe mancata? Anche presupponendo di poter uscire da quella situazione, ne avrebbe sentito la mancanza? E se al di fuori di quella stanza tutte le persone che conosceva fossero morte, come si sarebbe sentita una volta uscita di lì? Si poneva il vero problema uscendo dall'ombra in cui l'aveva celato per tutti questi anni: c'era davvero qualcuno a cui lei teneva. A cui voleva bene? E qualcuno teneva veramente a lei? A volte dava per scontato di sì, altre era sicura di no. Ci avrebbe scommesso. Perché ci voleva così tanta pazienza con la gente. Bisognava andarci piano. Lei li trattava come animali selvatici. Sapeva che un movimento brusco li avrebbe fatti fuggire, che loro percepivano il suo disprezzo e per questo la disprezzavano a loro volta. Sapevano che voleva stare loro lontana, quindi la tenevano a distanza. Non potevano nemmeno immaginare quanta violenza ci fosse nella sua quotidianità, quale sforzo faceva provandoci, indossando stupide maschere di carta riciclata che la prima pioggia estiva avrebbe spazzato via. L'impegno per andare loro incontro, trattenendo i conati, soffocando il suo egocentrismo per veder proliferare, gonfiarsi, ingigantirsi quello altrui. E il dolore che la prendeva quando non ci riusciva. Il senso di solitudine che la soffocava quando rimaneva sola. Perché è bugia che l'asocialità si nutre di se stessa. L'asociale è un bulimico affetto da disordini sociali.

“Plic, plic, plic” e quel gocciolare sembrava volesse darle ragione. “Siamo diventati amici, vero?” sussurrò. Che grande mattacchiona che era. Il suo senso dell'umorismo non l'aveva mai capito nessuno. Il pavimento iniziava ad essere freddo. Aveva mal di testa. “Plic, plic, plic”, i polsi le dolevano, le caviglie pure. Aveva sete, tanta sete. Pensare troppo poteva seccare la gola? Davvero? Ahahahah, pensare troppo era sempre stato il suo grande difetto. Anzi no, il suo tallone d'Achille. Un punto debole che non poteva mascherare. Era stata immersa nell'adriatico tenuta per le meningi e in quella posizione aveva dato un primo sguardo alla relatività del tutto, trovandola perfetta. Mutevole e sublime. Spaventosa. Avrebbe voluto fuggire ma non poteva. Non ne era in grado, come adesso non era in grado di alzarsi e porre fine a quel plic plic plic. Domenica, di fronte a lei, la guardava con occhi sbarrati. Non aveva mai notato avesse ciglia così lunghe e sottili, sopracciglia così curate. Un viso brutto, oggettivamente non bello. Una personalità che, al contrario, traboccava dai lineamenti asimmetrici. I capelli ora erano sporchi, più che grigio cenere sembravano bordeaux. Nel mezzo della testa, sulla sommità, c'era una ferita profonda e larga, quasi riusciva a scorgere la materia grigia che si era riversata sul pavimento, accanto a quella pozza di sangue che si allargava sempre più ad ogni plic.
Presto l'intruso sarebbe tornato, lo sapeva. Aveva fatto un bel casino, lì attorno. Alcune cose le aveva arraffate, ficcate nel disordine della sua sacca. Altre non le aveva neanche degnate di uno sguardo. Ma quando le aveva picchiate, quando aveva torturato la sua amica, quello si che gli aveva dato soddisfazione.
Sentì borbottare nell'altra stanza, la sua, una delle due al capo del corridoio. Tra poco quell'estenuante attesa, quelle voci racchiuse nelle gocce di sangue, si sarebbero ammutolite. Legata come un vitello, in quella clessidra umana trovava i secondi che mancavano all'ineluttabile fine. Era quasi consolante. Più e più volte si era chiesta che senso avesse andare avanti così, solo per scoprire che tutto si ripeteva inutilmente. La vita, in fondo, era fottutissima arte visiva, il corto animato che proseguiva mischiando la fine con l'inizio, in modo perpetuo. L'unico modo per fermare tutto era dare un taglio alla pellicola, ma nemmeno così era sicura che lo spettacolo sarebbe terminato.
“Plic, plic, plic...” poi “pac, pac, pac, pac”. Suono di passi che si facevano più vicini. Sorridi bella. Sorridi. Non vale più la pena di preoccuparsi, a questo punto. Pronta all'inchino finale di fronte al pubblico o preparati a ricominciare tutto da capo, come nulla fosse.

“Plic, plic, plic”!


06 settembre 2016

Deep Dark (di Michael Medaglia, 2015)


Recensione alternativa quella di oggi. Che anzi recensione non è, perché pensandoci bene quelle che io chiamo "recensioni" per comodità non sono altro che riflessioni personali su quello che vedo - quello che penso - quello che ascolto o quello sui cui mi capita di soffermarmi, magari leggendo, magari dialogando.

Detto questo, una riflessione può essere anche di poche parole. A volte pochissime. Certe volte ne basterebbe solo una. Tipo "boh".

Perché in quel "boh" – pensateci - c'è tutto, tutto quello che serve esprimere in certi casi. L'indeterminatezza riassunta in una sola sillaba. L'impossibilità di dare un'opinione che diventa essa stessa opinione. Da un "boh" può partire qualunque riflessione anche quando non si potrà far altro che poi tornare a quel boh, con la coda tra le gambe. Oppure niente, si può rimanere lì fermi, nell'indeterminatezza, e sguazzarci dentro.


Quando ho guardato il film Deep Dark, ad esempio, in quell'indeterminatezza ci sono sprofondato. Perché il film diretto da Michael Medaglia (e con un nome così le battute si sprecherebbero), scritto da Michael Medaglia, interpretato da una manciata di attori e da un buco, costato credo una merendina a testa per il cast e una bicchiere di acqua del rubinetto diviso tutti, non mi ha fornito nessun tipo di appiglio. Anzi, non mi ha fornito nulla, nemmeno la possibilità di dire "che schifo" o "è brutto" o "mamma mia che razza di film". No. Niente.
Per questo l'unico modo che ho per esprimermi su Deep Dark è con un

BOH

Anzi, a voler essere meno sintetici, più prolissi, mi esprimo con un

IO BOH


E nulla, sul serio, va bene sperimentare, va bene arrangiarsi, va bene che le idee contano più della realizzazione (a volte). Ma così è troppo. Così non trasmetti nulla se non quello che trasmettono i mezzi. Ma, boh, non lo so. E so cosa starete pensando. Penserete che io vi stia trollando. Ma non è così, ve lo assicuro. O forse sì?  

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