12 marzo 2017

Verità o leggenda? Red Rooms, quando la realtà diventa horror

Da Videodrom di D. Cronenberg

Se passate abitualmente da questo blog, molto probabilmente vi piace l'horror. Questo perché ne parlo spesso (di cinema horror) anche se poi, a conti fatti, il mio genere preferito resta quello delle commedie romantiche, ma tant'è.

Però è vero, l'horror (e non parlo solo di fiction), soprattutto quando legato al mistero e al paranormale, mi piace da morire. Ma non è di questo che voglio parlare ora. Piuttosto voglio dire un'ovvietà per potermi poi collegare all'argomento del post: spesso la realtà è più terribile e terrificante di qualunque film. Ad esempio, qualche giorno fa, spulciando il sito dell'ANSA (www.ansa.it) mi sono ritrovato a leggere una notizia raccapricciante: in Germania un diciannovenne ha assassinato con numerose coltellate un bambino di 9 anni, figlio di vicini di casa, per poi annunciare la cosa sul dark net, corredando l'annuncio con alcune fotografie.
Ora, al di là dell'orrore che può provocare un avvenimento del genere, al di là del cordoglio, al di là del dolore e al di là di qualunque ovvio (e umano) sentimento che una notizia del genere può suscitare, il mio pensiero è corso velocemente al “mito” delle Red Rooms.

Ora però, prima di spiegarvi cosa sono le red rooms, permettetemi di contestualizzare la cosa: poco più su si è parlato di Dark Net ma non è detto che tutti sappiano di cosa si tratti. Bene, il dark net (o darknet) è una rete virtuale privata o, in altre parole, un circolo chiuso sul web. Si trova nel deep web (qui un post a riguardo) e, al di là di quel che può far intendere il nome, non è necessariamente qualcosa di “oscuro”. Il darknet è uno strumento, gli usi che se ne fanno possono essere giusti o sbagliati a seconda dei casi. Nello specifico del fatto di cronaca raccontato poco più su, si tratta di uso sbagliato. Sbagliatissimo. Malato. Terribile.

Sul deep web (e sul darknet) però circolano vere e proprie leggende metropolitane. Se si tratti di verità o fandonia non è dato saperlo, non sempre almeno. Molte volte si tratta di cose reali raccontate dall'amico di un amico che, passando di bocca in bocca, di orecchio in orecchio, perdono il loro lato reale e diventano altro. E poi ci sono le red rooms.

03 marzo 2017

La Battaglia di Hacksaw Ridge (di Mel Gibson, 2016)


Che uno come Mel Gibson stia sulle palle a tutta l'industria hollywoodiana credo sia un dato di fatto. Che per motivi personali e prettamente “umani” (di cui mi interessa poco) stia sulle palle anche all'opinione pubblica, appare oramai più che ovvio. Che il suo cinema possa non piacere è lecito, persino comprensibile. Personalmente, non è uno dei miei registi preferiti: ho amato (e amo ancora) il suo Braveheart - Cuore impavido, mi sono piaciuti senza esaltarmi il suo esordio (L'Uomo Senza Volto) e The Passion, ho odiato Apocalypto. In seguito il Gibson regista è stato ostracizzato, ha smesso di girare film e ha partecipato come attore a poche pellicole: niente di nuovo, l'abbiamo visto succedere tante volte e la cosa non può stupire nessuno. Stupisce invece a me, personalmente, il suo ritorno dietro la macchina da presa dopo ben 10 anni dalla sua ultima prova. Un ritorno di quello esplosivi, con un film in grado di farmi piacere il genere bellico e di portarmi letteralmente a lacrime di commozione. Sto parlando ovviamente di La Battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge).

Ora, so che con queste parole mi potrei attirare tante critiche e pernacchie, ma mi frega poco: al netto di tutti i suoi (evidenti) difetti, Hacksaw Ridge è un FILMONE. Uno di quelli potenti, pieni, strabordanti. Un film in grado di arrivarmi allo stomaco e al cuore, tra lacrime e sorrisi. E, al netto di tutti i suoi difetti, credo ancora debba essere questo lo scopo di un film. 

18 febbraio 2017

Arrival (di Denis Villeneuve, 2017)


COSA PENSO DEL FILM

Partiamo dal film e da quello che io penso del film facendo quello che, essenzialmente, fa il regista canadese Denis Villeneuve per tutti i suoi 116 minuti: procedere per sottrazione. In tal modo non posso dire altro che Arrival è un capolavoro. Ma non un capolavoro qualunque, non l'esaltazione della bellezza di un film nella prospettiva in cui può piacere a chi lo guarda. Intendo proprio capolavoro assoluto, che trascende il gusto. Ve lo dico chiaramente: se avete visto Arrival e non vi è piaciuto, è solo un problema vostro. E' legittimo, perfino comprensibile (ci mancherebbe), ma resta un limite vostro, non del film. Con questo non voglio definire Arrival un'opera perfetta, per me ha alcuni difetti narrativi e un importante difetto concettuale, solo che è l'apice di un certo modo di fare cinema, un certo modo di fare fantascienza – nello specifico – e tutto quello che verrà dopo non potrà prescindere da lui. Sempre che si parli di fantascienza “umana”.

Guardare quest'opera maestosa, imponente, mi ha ricordato la musica di Miles Davis. Il grande trombettista (musicista) statunitense aveva un certo modo di intendere la musica e un modo particolare di intendere il jazz. Anche lui, infatti, procedeva per sottrazione, senza accanirsi sulle note ma concentrandosi sugli “spazi” tra una nota e l'altra. Sulle pause. Sui silenzi. Per questo la sua musica colpiva allo stomaco – anche della gente comune – piuttosto che solo all'orecchio degli appassionati. Allo stesso tempo però le sue composizioni erano matematiche. Tecniche. Non perfette, né geometriche, ma basate su imprescindibili aspetti teorici. Ovvio: se vuoi sottrarre, devi sapere quanto, da cosa e saper prevedere il risultato finale.

11 febbraio 2017

Morgan (di Luke Scott, 2016)


Ho sempre pensato che essere un figlio d'arte sia la via più facile per ottenere un'occasione ma non sia il modo più facile per avere successo. Certo, essere “figlio di...” ti apre tante porte che altrimenti rimarrebbero sigillate, ma il metro di paragone su cui si verrà poi valutati sarà probabilmente impietoso e il minimo errore ti potrà costare non tanto la carriera quanto sicuramente la faccia. E poi non sarà facile essere valutati, non sarà facile veder premiata la propria individualità, non sarà possibile svincolarsi da quell'ingombrante ombra genitoriale.

Ecco, è esattamente quello che ho pensato io riguardo Luke Scott dopo aver guardato il suo primo film da regista: come avrei valutato il suo Morgan non fosse stato per il suo cognome? Perché, quando hai a che fare con l'esordio effettivo del figlio di Ridley Scott (e del nipote di Tony Scott) dietro la macchina da presa, secondo me non è facile essere “imparziale” sin dal primo acchito. Non del tutto, almeno!

Ecco, sì: Luke Scott è il figlio di Ridley, Morgan è la sua prima vera pellicola e no, non mi ha convinto del tutto. Dico questo dopo averci pensato su per settimane, a mente fredda; non si tratta del mio parere subito dopo la visione, viziato dall'influenza che un cognome come il suo può avere sull'appassionato comune, soprattutto se il tuo esordio è un film di fantascienza che tratta di intelligenze artificiali ed è prodotto dal tuo papà famoso e sicuramente di talento. Di Morgan, appunto, essere umano “sintetico” (qualcuno ha detto androide?) che un giorno aggredisce un membro dell'equipe che la studia costringendo la compagnia che finanzia il progetto ad inviare una “consulente” per cercare di capire se il progetto stesso è fallito miseramente oppure no.

27 gennaio 2017

The Autopsy of Jane Doe (André Øvredal, 2016)


Quando il cinema horror ti sbatte in faccia film sopra la media, la tentazioni di incensarli ed elevarli oltre gli effettivi meriti (nella stessa misura in cui essi stessi si sono auto-elevati oltre ogni aspettativa) è sempre grande. Ed è, secondo me, quel che è successo ultimamente con The Autopsy of Jane Doe, film d'esordio in lingua inglese del regista norvegese André Øvredal, conosciuto dai cineamatori di genere per aver girato nel 2011 l'interessante mockumentary Trollhunter.

Oppure sono io a capirci poco o niente, cosa molto probabile, perché un po' in tutto il mondo si sono esaltati per questo horror “old style”, sopratutto gli americani (quasi ad averlo girato sia stato uno di loro) mentre io, pur essendomelo goduto, ho trovato grosse difficoltà ad esaltarmi a post visione. Sarà perché, nonostante sia stato girato da Øvredal, il film è stato scritto da Ian Goldberg e Richard Naing, autori televisivi da me non particolarmente graditi (Once – C’era Una Volta o Terminator: The Sarah Connor Chronicles).

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