Il Profeta (di Jacques Audiard, 2009)


I film carcerari non sono mai semplici da gestire senza cadere nel clichè. La colpa è indubbiamente delle dinamiche e nell'ambientazione limitata ma non solo: spesso manca l'intuizione, come tutto fosse già stato fatto e quel che venisse dopo non potesse essere altro che imitazione. E non siamo molto lontani dalla realtà.
Poi, nel 2009, arriva un film come Il Profeta di Jacques Audiard, una pellicola francese che nessuno si aspettava, e l'universo cinefilo fa la ola. Non perchè questo film rivoluzioni il cinema di tipo carcerario ma di certo gli dona nuova linfa, giocandoci e trasformandolo in qualcosa di più...

Condannato a sei anni di carcere, il diciannovenne Malik El Djebena è un francese di origini arabe che viene subito inghiottito nelle fila della gang corsa, i nazionalisti che spadroneggiano dentro e fuori la prigione, scatenando le ire della comunità mussulmana. Per il franco-arabo sarà difficile districarsi tra l'una o l'altra fazione, ma sei anni sono lunghi e tutto può succedere.

La camera da presa esorcizza il cinema dal demone della finzione. Strano a dirsi parlando di un film in cui tutti i personaggi - compresa l'ultima comparsa - recitano, in un mondo dentro il mondo come quello carcerario. Eppure la mdp, autoappropriandosi di una funzione ermeneutica, traduce la realtà e ne svela la silenziosa parola attraverso le immagini.


Il Profeta è un'opera cruda, scevra (quasi totalmente) da orpelli stilistici che ne potrebbero inquinare la limpida funzione di denuncia. Sì, perchè questo film è un attacco, al sistema carcerario francese soprattutto, ma anche al modo di vedere il mondo, una piramide sociale immobile nel proprio obsoleto modo di darsi un ordine: la sopravvivenza del più forte, l'uccidi o verrai ucciso che assume connotati bestiali in galera ma che vale ancor di più nel mondo fuori di essa, senza alcuna via di scampo. Perchè, come avviene nel cinema passando da un film all'altro, da un genere a un altro, anche nella realtà le dinamiche si ripetono, a volte ti schiacciano. Per guadagnarsi la sopravvivenza e, perchè no, anche qualche cosa di più, bisogna non solo sapersi adattare ad esse ma comprenderle nel profondo, saperci leggere dentro. 

E' questo che fa il protagonista, Malik. Egli è il profeta del titolo perchè, proprio come un profeta, è in grado di leggere i segni e di lanciare il suo sguardo oltre: egli è colui che è d'avanti agli altri. Una capacità che gli permetterà di imbastire una scalata al potere e una vendetta personale, di essere il tutto e il niente, commissionando astruzia e talento nella dissimulazione. Un processo che ha inizio nella vita carceraria proprio come lo avrebbe avuto in quella al di fuori dal carcere: la comprensione delle regole, dei sistemi, dei segni che solo in un secondo momento possono essere usati, aggirati, piegati al proprio volere e asserviti ai propri scopi. 


Per questo Il Profeta è un film iperrealista, che va oltre la percezione dell'oggetto rappresentato attraverso la mimesis. Un'opera crudele, perchè no, ma ben dosata, mai grottesca o estempranea. Anche per questo stonano i momenti onirici del film, eccessivi e inutile peso morto su una costruzione narrativa altrimenti ben distribuita. Alcune scelte stilistiche rovinano l'equilibrio del lungometraggio, caricandolo troppo in nome di un'autorialità che sarebbe dovuta rimanere anonima. Ed è questo l'unico vero grande problema del film, che rinuncia in alcuni passaggi alla fredda rappresentazione per chissà quale motivo.

Nonostante questo Il Profeta è un film riuscito, che ha riscosso il giusto successo (a suo tempo) tanto sul suolo nazionale che su quello internazionale anche grazie alla prova attoriale del giovane protagonista Tahar Rahim, al suo vero e proprio esordio.
Persino a uno come me, che non va d'accordo con il cinema francese, e piaciuto: lo ammetto, anche io ho fatto la ola, guardandolo.


Commenti

  1. Uno dei film più potenti del 2010.
    Ricordo almeno due o tre passaggi da antologia, dal primo omicidio in cella al finale.
    E Niels Arestrup un gigante.
    Bellissimo.

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  2. a me i passaggi onirici sono piaciuti, danno quel tocco di particolarità in più al film.
    sarà che a me il semplice realismo non basta...

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  3. @MrJamesFord: il finale è fantastico e c'è da dire che nonostante la lunghezza tiene coesa la tensione. Bellissimo film.

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  4. @Marco: di solito adoro i passaggi onirici ma nel contesto del film non mi sono piaciuti, mi sono sembrati "inutili" all'economia del racconto.

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  5. Sì, sottoscrivo tutto, soprattutto le stonature. Benché le si perdonino al regista, restano comunque tali, purtroppo. In ogni caso, ad avercene pellicole simili.

    Nel caso in cui tu non l'abbia già fatto, prova a dare un'occhiata anche a "Sulle Mie Labbra" di Audiard.

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  6. Immaginavo saresti stato d'accordo. COmunque Sulle miel labbra non l'ho visto, rimedierò.

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