Il film di un poetà dell'orrore - Quella Villa accanto al Cimitero (di Lucio Fulci, 1981)


La ricetta per realizzare un buon film non è una sola. Anzi, non c'è, così tagliamo la testa al toro. Non basta mettere determinati ingredienti nella giusta dose per ottenere un buon film. Prendiamo ad esempio Lucio Fulci, a cui il termine perfezione non si adatta nemmeno per sbaglio ed è proprio questo che rende molti (non tutti) suoi film delle vere e proprie perle. Perchè la caratteristica principale dell'opera di questo regista - conosciuto prevalentemente per le sue prove nel cinema di genere ma che ha fatto un po' tutto - è la poesia dell'orrore, il sublime del macabro, quasi un romantico (o, ancora meglio, un decandente) del cinema europeo. 
Dopo aver parlato di quello che secondo me è il suo capolavoro horror, E tu vivrai nel terrore... L'aldilà, questa volta prendo in esame l'ultimo capitolo della cosìdetta Trilogia della morte: Quella Villa accanto al Cimitero (1981).

Un giovane studioso di storia, il professor Norman Boyle, viene incaricato di portare a termine alcune ricerche iniziate dal suo collega Petersen. Norman deve anche scoprire perché il collega si uccise dopo aver ammazzato la sua assistente. La triste vicenda si svolse a Oak Mansion, una villa che l'uomo aveva affittato e che apparteneva al dottor Freudstein, noto per i suoi macabri esperimenti sul corpo umano.


Scritto dal regista assieme a Giorgio Mariuzzo e Dardano Sacchetti durante le riprese del film a questo precedente (appunto, L'Aldilà) e con l'apporto di Giorgio Mariuzzo, Quella Villa accanto al Cimitero è stranamente meno efferrato e splatter di altri film di Fulci ma allo stesso tempo il più spaventoso, poichè classico nello sviluppo e caratterizzato da atmosfere quasi rarefatte, claustrofibiche e inqueitanti.
Il fatto è che Fulci colpisce e stupisce lo spettatore senza utilizzare mezzucci e stratagemmi di bassa lega. Lui, che era dotato di uno sguardo diverso da quello di noi comuni mortali, prendeva elemente estranei e gli inseriva in un contesto apparentemente normale, contaminandolo. E' l'Altrove che si fa strada nel nostro dove e lo sconvolge, trasformandolo e trasformandoci, facendoci entrare nel film e tenendoci imprigionati assieme ai suoi protagonisti. Solo che a differenza di questi, lo spettatore sa che ogni lieto fine è negato, capisce che si tratta di un processo di trasformazione irreversibile e tira un sospiro di sollievo solo quando alla fine ha la possibilità di spegnere lo schermo e tornare alla sua vita di sempre, nonostante qualcosa in lui si sia incrinato, nonostante la consapevolezza inconscia di non essere più quello che era al momento di inizio visione.
Anche per questo Quella Villa è il film più lovecraftiano di Fulci. Non è tratto da nessuno dei racconti dello scrittore di Providence eppure è il più "letterario" dei suoi film, quello che incanala le atroci visioni di un altro visionario, quello che ne rielabora la poetica in chiave immaginifica per sviscerare le proprie perversioni e il proprio senso del macabro. Il pensiero vola sicuramente a novels come Nella Cripta o La Casa Stregata ma è ingiusto riferirsi per forza a qualcosa di "esterno" per valorizzare il film, si tratta più di atti d'amore che di citazioni o spunti. 


Ogni film di Lucio è uno sguardo malinconico su un mondo svilito dallo sguardo comune di chi (non) lo osserva. E' come se il regista romano prendesse ogni volta quel che l'occhio non vede o fa finta di non vedere e lo mettesse al centro della scena, però senza compiacimento o gusto dell'orrido. Lo stesso orrore che racconta, pur nella propria sanguinolenta violenza, è subliminale, è la paura di quel che c'è nascosto sotto il letto o, come in questo caso, giù in cantina; è una porta aperta sul vuoto che attira e atterrisce chi le sta di fronte. L'ho già detto una volta e lo ripeto: bisogna essere poeti per descrivere tutto questo, perchè la poesia fa parlare il silenzio e la camera di Fulci inquadra il fascino dell'ignoto. 
Nonostante tutto questo Quella Villa è un film "umano", che racconta gli effetti del desiderio tutto umano di sconfiggere quel che più terrorizza l'uomo: la morte. Un'altra fuga, un correre con le mani su gli occhi che se da un lato permette di non vedere ciò da cui si sta fuggendo da un altro non consente di vedere dove si sta andando. E' la condizione dell'essere umano che non accetta quel che non comprende ma allo stesso tempo non può fare a meno di penetrarlo, con il rischio di caderci dentro e non tornare più.


Inizialmente ho detto che i film di Fulci sono imperfetti, ed è proprio in questo che sta la loro bellezza: sono crudeli ma dolci, pocho chiari (buchi di sceneggiatura) ma misteriosi, visionari eppure carnali. Sono gli opposti che si incontrano, si intrecciano e si confondono. Lo stesso stile registico li esalta, passando da un atteggiamento nevrotico a veri e propri colpi di classe, coaudiuvato in questo da Sergio Salvati che si avvale di una fotografia cupa, caratterizzata da luci violente che feriscono l'occhio. Salvati contrappone interni scuri e inquietanti a esterni luminosi (ma di una luce bianca e spettrale, che grazie all'uso del grandangolo diventa opprimente) e claustrofobici. Gli effetti gore non mancano e lo splatter pure (curati da Gino De Rossi) perchè elementi fondamentali dell'arte di un artigiano nel senso più intimo del termine.


Quella Villa accanto al Cimitero è un film che fa paura ma è anche dolce e commovente, perchè fa male ma a volte è come una carezza o un sorriso triste. E' l'uomo nero che ci fa tornare bambini (la scena iniziale mi fa tremare sempre nonostante l'abbia vista milioni di volte) ma è un'opera matura e sfumata come un quadro ottocentesco. E' la bellezza dell'imperfezione, come un naso storto o uno sguardo maliconico. Ha fatto scuola (guardare il finale di The Innkeepers per credere) ma qui da noi è stato poco compreso e questa non è una novità. Girato con attori stranamente tutti in parte (tra cui spicca Katherine MacColl, una delle donne più belle del mondo) ma con pochi spiccioli e tanta passione, è un film che fonde il classico all'innovativo. Intanto Lucio Fulci non c'è più e a me manca da morire, lo vorrei qui ma non si può, forse ora è in quell'Altrove che ha saputo descrivere con tanta sensibilità e orrore. E forse, lì, Lucio è felice.


Commenti

  1. uno dei pochi film di Fulci che mi son piaciuti assai.In particolare per le atmosfere malinconiche e sottilmente struggenti che riguardano la moglie e la figlia del mostro e il bambino
    E poi quel pippistrello di gomma...quasi come il manichino della standa nella fontana di non si sevizia un paperino!^_^

    In ogni caso un ottimo film questo,davvero!

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  2. Beh, riassumendo tutta la recensione: a me fa cagare sotto dalla paura ma lo trovo di una malinconica dolcezza disarmante. Questo è un signor horror, meno visionario di L'Aldilà, ma un signor horror. Sfido chiunque a girarne uno così al giorno d'oggi.

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  3. Ti posso suggerire un nome:Michele Torbidoni:la cosa sulle scale.Un ottimo corto,ne parlo domani e metto un po' di indicazioni.Egli gira come se fosse una contaminazione tra Anderson e Carpenter.

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  4. E' l'unico capitolo della trilogia che mi manca, devo rimediare al più presto, visto che gli altri due, soprattutto L'Aldilà, sono dei capolavori!!

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  5. @babordo: se le contaminazioni sono quelle lo vedo di sicuro. grazie

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  6. @babol: direi che ti tocca, anche se L'Aldilà rimane irragiungibile

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