Livid (di A. Bustillo & J. Maury, 2011)


L'ultima volta abbiamo parlato di horror (ma vah?) prendendo in esame un campione in positivo. Questa volta prendiamo un campione in negativo, ovvero Livid (2011) della coppia Maury e Bustillo.
Chi segue l'horror sa che questa coppia era considerata una promessa dell'horror contemporaneo, autori e registi dell'ultra gore Inside (À l'intérieur, 2007), film a suo modo essenzialmente innovativo se inserito nel contesto della new wave horror europea. Ebbene, la coppia, dopo aver rifiutato di dirigere il remake di Hellraiser (?), decide di cambiare registro e dedicarsi ad una favola horror tra il dark e il neoclassico, rinunciando alle atmosfere iperrealiste del film d'esordio ma non all'emoglobina e ad una forma di astrattismo che li rende, nonostante il risultato della loro ultima opera, dei visionari.
Per chi non l'avesse capito, sto parlando di coraggio. Perchè ci vuole coraggio a rinunciare ad ingaggi milionari oltreoceano per seguire la propria evoluzione artistica in modo naturale. Ok, il film non è riuscito (secondo me), ma alla fine questo passa in secondo piano, perchè non si può essere sempre dei vincenti quando si rischia.

Lucy è una giovane infermiera che fornisce assistenza a persone malate, soprattutto anziani. Tra le varie persone che segue c'è la signora Jessel, una vecchia e ricca insegnante di danza caduta in un profondo stato di coma. Per di più nella magione in cui vive si dice sia nascosto un tesoro. Lucy, che ha perso la madre e fa fatica ad arrivare a fine mese, decide quindi di andare alla caccia di questo tesoro facendosi aiutare dal suo fidanzato e da un suo amico. Solo che c'è qualcosa di strano nella villa e forse il tesoro non è l'unica sorpresa che i tre troveranno.


Il fatto è che il film comincia bene, anzi benissimo. Abbiamo una Chloé Coulloud nel ruolo di Lucy che è bella da far piegare le ginocchia ed è malinconica come una principessa in lutto; un'atmosfera livida (come il titolo) e fiabesca senza essere banale e una cornicie di grigiore urbano che si scontra contro le note estemporanee di una favola black tutta europea, rappresentata dal bosco e dalla villa principesca come fosse caduta lì da un'altra dimensione. La vediamo nascere dal nulla e lentamente costruirsi un proprio background, autodefinirsi attraverso i suoi occhi bicolore e divenire personaggio "tondo". 
I primi minuti di pellicola sono ben strutturati, matengono alta la tensione attraverso un gioco di attese fatto di silenzi e indecisioni, uno stile tutto europeo che enfatizza il non detto e viene enfatizzato da una fotografia underground e da un montaggio classico che nulla ha a che fare con quello videoclipparo tanto di moda.


Il problema è che dopo aver messo in scena i personaggi e averli presentati, la coppia Bustillo-Maury pone le basi di un'azione immobile nel tempo come un quadro gotico, basando la messa in scena sulla più classica opposizione interno esterno: il mondo esterno che penetra nella magione oscura per svelarne i misteri ma riuscendo soltanto a scontrarsi con l'orrore che contiene. Un horrore suprannaturale e violento che infrange la normalità in toni surreali. 
La casa, attaccata come fosse una fortezza in cui i protagonisti si infiltrano, diventerà un mattatoio, una trappola, una sorta di labirinto con una propria coscienza e una propria finalità: non solo quella di schiacciare l'intruso ma di piegarlo ai propri bisogni, trasformandolo in uno strumento. 
La domanda è: perchè? Nell'horror farsi domande è pericoloso, ma costruire un film sul nulla lo è ancora di più, perchè la spiegazione di Livid c'è, ma è confusa e fragile, come fosse stata messa lì sottoforma di flashback per accontentare tutti. 


DA QUESTO PUNTO IN POI LA RECENSIONE PUò CONTENERE PICCOLI SPOILER:

Il film è basato su un dualismo (o persino dicotomia), quello tra Lucy e Anna, figlia della signora Jessel (Marie-Claude Pietragalla), a metà tra zombi e vampira. Dualismo rappresentato con uno scambio di identita/corpo che porta le due ragazze a specchiarsi una nell'altra. A dirigere questo sovrapporsi di essenza e sentimenti, una strega di argentiana memoraria - la stessa Jessel - madre/matrona/matrigna imprigionata nel proprio ruolo distruttivo tanto quanto le due ragazze nel duplice ruolo sacrificale-salvifico che le rende rappresentazione allegorica del passaggio tra vita e morte. Tutto questo però viene reso in maniera confusa e priva di sussulti emotivi, come se i due registi si fossero preoccupati troppo dell'atmosfera e poco del cuore (o anima, in questo caso) del film.
Il risulato è noia, nonostante scene di orrere vero orchestrate magistralmente e con gusto estetico estremamente sviluppato, noia dovuta alla mancanza di una linea narrativa definita.


Se poi consideriamo che gli altri personaggi sono caratterizzati in maniera abbastanza ingenua, siamo felici della loro presenza solo per la fine che fanno, perchè nell'orrore i due enfant prodige del cinema francese ci sguazzano comunque, e sono bravi nel loro lirismo visionario e fortemente splatter. Il tutto per arrivare ad un finale che ricorda a tratti la poesia orientale ma che stona con i toni oscuri della pellicola.
Alla fine ci si chiede se si tratti di sperimentare nuove strade allargando l'esperienza registica a discapito di quella artistia o più semplicemente un buco nell'acqua (nemmeno tanto profondo) che magari verrà colmato da una prossima prova. Quindi non resta che aspettare. 

 

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