La morte a volte è meglio: Cimitero Vivente (di M. Lambert, 1989)


Ecco, ci sono film che si vedono molto presto, quasi in tenera età, e via via che si cresce vengono rimossi dalla mente, seppelliti da nuove esperienze visive. Non conta quanto siano rimasti impressi, né quanto siano belli. Una cosa del genere mi è successa con Pet Sematary, in Italia conosciuto come Cimitero Vivente, film diretto da Mary Lambert e sceneggiato da Stephen King, autore dell'omonimo romanzo da cui è tratto.
Qui apro parentesi: quasi sempre i passaggi da libro a film (quando c'è King di mezzo) si rivelano lungi dall'essere riusciti. Quando poi King stesso si impone e impone che vengano rispettate determinate caratteristiche, allora succede un patatrack. Cimitero Vivente è forse la migliore trasposizione kinghiana con King sceneggiatore. Non posso fare paragoni con il libro, che ho letto ancor prima di vedere per la prima volta il film e che ho rimosso, ma di certo il lungometraggio è riuscitissimo. Mi chiedo cosa sarebbe venuto fuori se alla regia ci fosse stato - come inizialmente avrebbe dovuto essere - George Romero, ma di certo la sconosciuta Lambert non fa rimpiangere il nostro mastro-zombie, anzi, da un tocco femminile all'opera e trasforma una storia horror atroce (per l'epoca ma anche per i tempi attuali) in un poema melò.

La famiglia Creed si trasferisce nel Maine, in una casa che sorge proprio vicino a un antico cimitero indiano intorno al quale circolano misteriose leggende. Infatti chi viene lì seppellito ritorna in vita. Se ne renderà presto conto il capo famiglia, il dottor Louis Creed, quando vi seppellirà il gatto della figlia.


Pat Sematary, più che un horror sovrannaturale, è la storia di un dramma familiare, un dipinto a tinte fosche che scava nei rapporti più che nelle situazioni. Non c'è niente di strano, è la poetica kinghiana che non riflette mai sull'orrore in se ma sui riflessi di quest'ultimo sulla natura umana, già macchiata di suo, condannata e quindi poi punita da forze più grandi. Qui c'è anche l'indissolubile convinzione che quella macchia sia ereditaria, che passi da padre in figlio e che trovi la sua prima manifestazione proprio nell'età infantile, un periodo di inconsapevolezza che poi condiziona la consapevolezza stessa dell'uomo che sarà. Cosa contraddistingue il passaggio all'età adulta se non proprio dalla scoperta della morte, della caducità dell'esistenza? La scoperta che niente è per sempre vista attraverso gli occhi di una bambina. Il senso di colpa tipicamente infantile nel non poter accettare questo limite umano. Ma l'accettazione è neccessaria, è l'unica cosa che ti permette di andare avanti, poi. In King (e in questo film) la morte è violenta ed è una violenza. Ma non accettarla e opporsi ad essa è non solo innaturale bensì pericoloso più della morte stessa, e quindi non può portare a nulla di buono.


In Cimitero Vivente l'adulto (Louis Creed ma anche Jud Crandall, il vicino di casa) vuole evitare la scoperta della morte - e quindi ritardare l'ingresso nell'età adulta - al fanciullo (Ellie Creed), lasciandone intatta l'innocenza, vuoi perchè Louis ha a che fare con la morte per professione e ne conosce il lato più doloroso, vuoi perchè Jud ha vissuto la medesima esperienza della ragazzina. L'unico modo per farlo è ricorrere ad una magia antichissima, quindi innaturale per quanto panacea di una morte naturale ma terribile e violenta. Tutto questo costruito in maniera lenta e inesorabile, mettendo in risalto il dramma della perdita e quello del senso di colpa dovuto a quest'ultima. L'ansia e un senso di oppressione avvolgono lo spettatore che sa bene quello che capiterà, quasi avesse la luccicanza del protagonista di Shining. In realtà Cimitero Vivente è il racconto di una tragedia ritardata, che quando arriva sconvolge e colpisce come un camion a tutta velocità. Il dolore racchiuso nell'urlo di un genitore in ginocchio sull'asfalto sarà poi la spinta verso l'orrore vero, quello che al giorno d'oggi nessuno avrebbe il coraggio di rappresentare al cinema perchè incarnato nel corpo di un bambino (il bellissimo e pure bravo Miko Hughes) non più tale, privato dell'innocenza e della pace.


La Lambert dirige nell'unico modo possibile: senza sobbalzi, crudele e inflessibile. Non si nasconde dietro la macchina da presa ma evita protagonismi inutili, soprattutto in un film come questo. Il ritmo che da al film è quello marciscente della decomposizione di un corpo. In questo caso però il corpo è quello di un bambino e lì dove qualcuno avrebbe cercato di edulcorare la cosa, lei segue il romanzo e mostra il dolore nell'unico modo possibile: attraverso le immagini. Certo, vedere un bimbo tornato dall'aldilà che sbrana un vecchio e uccide sua madre non è facile né da mostrare né da digerire, ma spiegatemi in che altro modo si potrebbe trattare la morte, che non ha occhi e non ha bocca, che se ne frega di chi sei e cosa fai, che è oltre l'umana comprensione e va solo accettata. Le forza sovrannaturali che gravitano attorno ai personaggi, alcune benigne altre maligne, non sono altro che il contorno di un requiem infernale cantato dai protagonisti attraverso le loro paure e le loro illusioni infrante. 
King (che compare in un cameo) non è mai stato un poeta e si è sempre definito un narratore popolare, un cantore dell'orrore. Ma in Pet Sematary non mancano momenti di lirica necrofila, come nelle scene dedicate a Zelda, la sorella della signora Creed, talmente lugubri e crudeli da voler voltare la testa dall'altra parte senza riuscirci, tanto sono belle e magnetiche. 


E poi, quando l'orrore raggiunge il suo apice, non c'è un calo del climax, l'orrore rimane sospeso, il cuore in gola non scende più mentre scendono le lacrime come stilettate di bisturi sul viso. Forse rimane il rimorso per aver rovinato tutto, per aver messo la parola fine sull'esistenza di una famiglia. Non per amore, come il protagonista (un perfetto Dale Midkiff) cerca di convincersi, ma per egoismo, perchè accettare la propria inconsistenza di fronte alla vita è più doloroso di qualunque perdita.

Ho rivisto questo film tre giorni fa e il mio cuore batteva come fossi un fanciullo alla sua prima esperienza con il cinema horror. Forse sulla visione ha influito la situazione: guardare Cimitero Vivente accanto a mia madre (a cui dedico questo post) è stato meraviglioso, più bello del film stesso, e avere vicino altre due persone a cui voglio bene ha amplificato le sensazioni suscitate dalla pellicola. Resta il fatto che questo film è irripetibile e a distanza di anni mantiene intatta la propria forza. Ma, soprattutto, fa una paura ancestrale, limpida, scopo di cui l'horror moderno si è dimenticato da ormai troppo tempo.


Commenti

  1. immagini inquietanti, ma almeno certi film rendono l'idea e il senso di molte cose, che a volte fanno così paura che si cerca di evitarle...

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  2. Non lo vedo tipo da un milione di anni, ma un ripescaggio mi sa che lo merita tutto.
    Andrò a recuperarlo.

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  3. Libro bellissimo,che dovrò rileggere,film riuscitissimo.
    Pensa all'epoca,quando ero un giovanissimo occhialuto,non andava di moda il nero.Nel senso che le persone malinconiche e affascinate dalla morte come me non avevano ancora il sostegno del marketing,come poi successe per gli emo ,i grungers e tutti i disperati milionari a seguito.Un'esperienza dolente,sofferta,quella del libro.Devo recuperare il film e anche il seguito che non è male.Anzi,è forse tra i migliori sequel.
    ps:certo che senza zeder...

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  4. @Momo: è un film forte e molti triste, si respira aria di desolazione. Vedilo.

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  5. @MrJamesFord: io non lo vedevo da circa 15 anni, l'avevo completamente rimosso. Ha avuto un effetto devastante.

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  6. @Babordo: il libro non me lo ricordo, ancora meno di quanto ricordassi il film. Però è vero, Avati ha fatto scuola

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