Rabies - Kalevet (di A. Keshales e N. Papushado, 2010)


Rabies è il primo esempio di film horror israeliano e risale al 2010. Kalevet (titolo originale) vuol dire rabbia e la rabbia è uno dei tanti sentimenti negativi che molta gente prova quando pensa a Israele. La provo anche io, ma non è quello di cui voglio parlare adesso: si può far politica in tanti modi diversi e l'horror, lo sappiamo tutti, è stato inizialmente (e lo è ancora, in certi casi) veicolo di idee politiche. Con l'horror si può fare critica sociale e Kalevet è proprio questo, critica nei confronti di un paese e nei confronti di un'umanità oscura a cui solo la "provvidenza" può imporre dei limiti. Non c'è morale, non c'è controllo. Non c'è comprensione né comunicazione.

Rabies può sembrare, all'inizio, uno slasher in piena regola col suo killer, le sue vittime e un gruppo di ragazzi stupidi che cade tra le sue grinfie. In realtà non è così, perché il film parte in un certo modo per diventare altro. Sono quattro storie che si intrecciano raccontando frammenti di umanità e che intrecciandosi danno luogo a derive inumane quasi fossimo in un teatro di guerra. Il problema è che non convince facendolo e i motivi sono tanti.
Prima di tutto il budget: Rabies è un film low low cost, così povero da far pensare all'amatoriale, rinunciando a effetti speciali e make up per quasi tutta la prima ora di proiezione. Dieci attori, sei comparse e un cane. Due location. Ma si può fare un film anche con il minimo indispensabile. Solo che l'aria amatoriale, se da un lato accentua la crudezza della messa in scena, dall'altro stona con il palpabile grottesco che serpeggia per tutto il lungometraggio, rendendolo a tratti ridicolo. La telecamera a spalla, quando è presente, fa girare la testa. Alcune scelte brillanti si piegano inevitabilmente alla povertà di mezzi (come quella della trappola per orsi, per nulla credibile).
La prova degli attori è la seconda causa, ma qui dovrei aprire una parentesi a parte: è il primo film israeliano, recitato in israeliano, che vedo. Non so se gli standard recitativi di Kalevet siano quelli del cinema nazionale. In questo particolare caso però la recitazione mi è parsa dilettantesca, enfatizzata dalla regia discontinua di Aharon Keshales e Navot Papushado, alla loro prima esperienza con il genere e il prodotto da grande schermo. I due alternano dialoghi imbarazzanti e messa in scena inverosimile a trovate originali e interessanti, concentrate soprattutto nell'ultima mezz'ora, dopo che il film ha carburato ed è riuscito a raggiungere una certa velocità di crociera salvandosi dal disastro e permettendo la sufficienza.



Ma il vero, grande problema del film riguarda lo script. Kalevet zoppica proprio a livello di scrittura presentando personaggi inverosimili che si comportano in maniera inverosimile. Eventi che si incastrano solo dopo aver forzato i pezzi. Eventi che portano allo scatenarsi di certi comportamenti ma che appaiono pretestuosi, appena abbozzati, quasi i due autori/registi fossero tanto ansiosi di  rappresentare quel che volevano rappresentare da affrontare superficialmente le cause per occuparsi soprattutto delle conseguenze.
I characters sono quelli standard di tanto cinema da paura dagli anni 70 ai giorni nostri. I quattro figli di papà che stanno andando a giocare una partita a tennis, per esempio. Il fighetto stupido, l'amico scemo e due ragazze che sembrano appena uscite da un film porno faticista. Dico sul serio. Oppure la coppia di poliziotti, quello giovane e sadico con problemi con l'autorità e quello vecchio con problemi di cuore (in senso metaforico). Il ranger burbero ma buono e la coppietta incestuosa in fuga d'amore. In altre parole, il solito. Solo che questo solito viene capovolto, Keshales e Papushado tentano di ribaltare certe regole e bisogna dire che ci riescono, perchè il più classico degli horror prende impreviste derive drammatiche ponendo l'uomo al centro del tutto, in balia del proprio lato oscuro (rappresentato con il bosco in cui tutti i personaggi si perdono). Ma questo cambio di rotta non avveiene con naturalezza, appare forzato e solo in certi casi scusato dal volontario grottesco nichilista che alla lontana ricorda i Coen.

Ma avevo parlato, all'inizio, di critica sociale. Quella c'è e non ci vuole acume per coglierla. Il potere, in Rabies, si veste d'autorità e fa quel cazzo che gli pare. Perchè è il potere, solo per questo. Chi si veste di potere è un'essere umano come tutti gli altri e questo non fa altro che renderlo più instabile. Alla fine gli istinti prendono il sopravvento, siamo animali infondo, solo più fantasiosi. Abbiamo modi più fantasiosi per fare del male oltre a mordere e graffiare. Le pistole, ad esempio, il sesso (soprattutto) o le mine anti-uomo. Il potere che trasforma un paese in un campo di battaglia. Un "paese di merda" viene detto esplicitamente nel finale, perché l'uomo comune, immune a tutto quello che gli succede attorno, si preoccupa solo dei piccoli problemi, dei suoi piccoli accidenti quotidiani. E li ingigantisce trasformandoli nel tutto. Forse, anche per questo, l'orrore prende il sopravvento poco alla volta, prima celandosi alla camera e poi presentandosi in tutto il suo straordinario squallore visivo. Carne da macello. 
E in tutto questo, cosa fa il personaggio più negativo del film? Giace svenuto per ricomparire nel finale e dire la verità con laconica semplicità.


Commenti

  1. A molti è piaciuto, ad alcuni pure molto. Io devo dire che si lascia guardare, ma niente di più, forse troppo acerbo.

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