Moon (di Duncan Jones, 2009)


Tra tutti i generi cinematografici credo che la fantascienza sia il più difficile. Il più complesso tanto dal punto di vista visivo quanto da quello concettuale. Forse è colpa della mia forma mentis ma, personalmente, credo la fantascienza abbia il compito di sorprendere, di trasportare lo spettatore in un altro mondo (un altro tempo), un altra dimensione. Non è facile, perché deve farlo nel rispetto della credibilità, per quanto sia incredibile quello che mostri. 
Se rifletto su quale sia il film di fantascienza che più mi ha sorpreso negli ultimi anni, quello che non mi aspettavo e invece... "wow", allora mi viene sicuramente in mente Moon, di Duncan Jones.
Chi è Duncan Jones? Ecco, qui arriva la parte divertente: Duncan Jones è il figlio di David Bowie. Non vi fa ridere? Nemmeno a me, più che altro mi diverte pensare alla faccia che avranno fatto i grandi produttori hollywoodiani dopo aver visto questo film, che con tutti i soldi che hanno a disposizione non si potranno mai permettere.

Sam Bell è un impiegato della Lunar Industries e da quasi tre anni è sulla Luna a dirigere i lavori per l'estrazione di Elio 3, in seguito alla grave crisi energetica che ha colpito la terra. E' solo in compagnia di GERTY, un computer che lo aiuta nella gestione della piccola base spaziale e a poche settimane dal suo ritorno a casa dalla moglie e della figlia inizia ad avere gravi allucinazioni ma... se non fossero solo allucinazioni?

Moon è un film del 2009 ma sembra provenire da un passato imprecisato proiettato in un futuro neanche troppo lontano. Ma non è un film che sa di vecchio, come una frase del genere potrebbe far intendere, bensì una pellicola velata dall'aurea di classico. Pensateci: quasi tutti i film di fantascienza che oggi consideriamo classici, all'epoca della loro uscita sono stati rivoluzionari. Qualche nome? 2001: Odissea nello Spazio, su tutti. 
Moon rifiuta l'epoca digitale in cui vive e si rifà ad un cinema artigianale. Così non solo assume un fascino ormai dimenticato ma riduce anche i costi ai minimi. 5 milioni di dollari, che di solito non basterebbero neanche per gli effetti visivi. Ripeto, 5 milioni di dollari. Trovatemi un film così bello che costi così poco. Sì, perché Moon è bellissimo, si insinua come una lama sottopelle ma senza fare male, lasciando addosso allo spettatore una sensazione strana, sognante, dolorosa. Vedere il primo lungometraggio di Zowie Bowie è un'esperienza. Un po' come restare sulla luna per tre anni, da solo, fino ad avere le allucinazioni. 


Ed è quello che succede al protagonista, interpretato da un Sam Rockwell meraviglioso (e come sempre poco sfruttato, neanche abbia ancora bisogno di dimostrare quanto è bravo) che regge sulle proprie spalle l'intera pellicola grazie ad un'interpretazione che ha dell'incredibile. Tutto il resto sono ombre, voci e la crescente paranoia che piano piano prende possesso del protagonista sdoppiato in una sorta di antagonismo esistenziale. In questo Moon è teatrale, addirittura shakespeariano, un dramma tra le stelle con venature thriller. Ma non irrompe sull'iride con fracasso. Lo fa silenziosamente, in punta di piedi, con una delicatezza rara tanto nel genere quanto nel cinema contemporaneo. A aiutare attore e regia in questo compito c'è la fotografia di Gary Shaw, con il bianco, il grigio e l'azzurro predominanti ma, soprattutto, le musiche del solito Clint Mansell, abituato ad incantare con poche note sfruttando la musica del silenzio.
E allora si rimane sospesi a guardare un film scritto da Jones su misura del protagonista, quasi come fosse una tuta spaziale, che attraverso l'uso di modellini e del lavoro di un cast tecnico rifiuta la pesantezza del digitale a favore dell'etereo bianco che lo circonda. 

Citazionista (il già citato 2001, Punto di Non Ritorno, Alien), delicato, drammatico senza mai diventare strappalacrime, crudele a modo suo e, soprattutto, veicolo di tematiche difficili come quella sulla clonazione e sull'identità. Un film che rimane lì, mentre scorrono i titoli di coda e si rimane a pensare a cosa sia stata questa esperienza. Ed è costato niente. 
Sì, la fantascienza è un genere difficile, ma se si azzecca la giusta quantità degli ingredienti, se viene scritta bene e diretta con coraggio e onestà, allora non serve altro, né i soldi né un cast da cifre astronomiche. Serve solo un'idea e il talento visivo per realizzarla. 


Commenti

  1. guarda scrivo stupendo,ma è quasi un insulto...di più,di più....

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  2. Non sono un'amante della fantascienza - fatte salve pochissime eccezioni - ma questo mi ha davvero conquistato. Poi, come dici tu, Sam Rockwell è di una bravura indiscutibile. Qualunque cosa faccia, fra l'altro.

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    1. Peccato che questo attore sia sfruttato poco e male. Però il film è indiscutibilmente bello e, soprattutto, magico...

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  3. Questo film funziona molto bene perche' saccheggia a piene mani da grandi classici (che hai citato) e ha un ottima interpretazione.Ma non e' tutto sto' gran film solo perche' e' low budget.E' semplice scoppiazzatura dagli stilemi piu' funzionanti del genere.Fotografia,plot,luci..tuttogia' stravisto e banalmente organizzato.Ben fatto, senza dubbio.Ma potrebbe essere un esame di "Cinematografia Fantascienza" di qualche scuola.

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    1. Non sono d'accordo, quanti film vediamo che scopiazzano i grandi classici e non si potrebbero definire riusciti neanche con molta fantasia? Qui c'è un'attenzione al dramma, alla psicologia del personaggio e al tema riuscito sin dalla fase di scrittura. Poi è ovviamente un film che omaggia (l'ha detto lo stesso regista) e lo fa con un budget talmente ridotto (quindi 2 attori, una location ristretta e dinamiche certamente non varie) da sorprendere. Ovviamente parere personale

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  4. Ci sono incappata per caso lo scorso anno e mi ha conquistata! Mi ero persa la storia famigliare del regista, credo che ora mi si spieghino molte cose...

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  5. Frank,io sono perfettamente consapevole che il panorama attuale sia talmente e spudoratamente avaro di buoni prodotti che si tende ad enfatizzare le cose fatte bene.E ti ripeto che questo film e' fatto bene.
    Ma un prodotto non si giudica solo dalla manifattura.Puoi fare un chesso'"Carnage" con 4 pareti e dei buoni interpreti.Ma non un film di fantascienza.Non piu'.Non nel Duemilaecredici dove devi, e puoi,lasciare a bocca spalancata lo spettatore.I tempi dei crossover con altri generi, lowbudget, per la fantascienza sono finiti.A meno che non mi tiri fuori un prodottino alla District 9, chiaro?

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    1. Sì, capisco quello che intendi, solo che non concordo: se fai un film di fantascienza ispirato ai classici e lo usi per veicolare quel che si ha da dire, allora il senso io lo trovo. Non guardavo solo la fattura del film ma tutto quello che trasmette. A me ha trasmesso molto, riuscendo ad emozionarmi e rimanendomi sotto pelle per un bel po'.

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  6. uno dei migliori film sci-fi degli ultimi tempi
    grande zowie bowie!

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  7. Filmone della madonna. E poi Jones ha confermato di saperci fare con Source code.
    Il futuro del cinema.

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  8. Devo ancora vederlo il suo secondo lavoro. Ne ho sentito parlare sia bene che male... e sono curioso...

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  9. mi accodo ai commenti entusiastici. film immenso!

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  10. Ciao! In quanto candidato al premio dedicato al miglior blog di cinema, ti invito a votare qui:
    http://hovogliadicinema.blogspot.it/2012/12/miglior-blog-di-cinema-votate.html

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  11. bel blog....vieni su nonsoloci.blogspot.it

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