Morgan (di Luke Scott, 2016)


Ho sempre pensato che essere un figlio d'arte sia la via più facile per ottenere un'occasione ma non sia il modo più facile per avere successo. Certo, essere “figlio di...” ti apre tante porte che altrimenti rimarrebbero sigillate, ma il metro di paragone su cui si verrà poi valutati sarà probabilmente impietoso e il minimo errore ti potrà costare non tanto la carriera quanto sicuramente la faccia. E poi non sarà facile essere valutati, non sarà facile veder premiata la propria individualità, non sarà possibile svincolarsi da quell'ingombrante ombra genitoriale.

Ecco, è esattamente quello che ho pensato io riguardo Luke Scott dopo aver guardato il suo primo film da regista: come avrei valutato il suo Morgan non fosse stato per il suo cognome? Perché, quando hai a che fare con l'esordio effettivo del figlio di Ridley Scott (e del nipote di Tony Scott) dietro la macchina da presa, secondo me non è facile essere “imparziale” sin dal primo acchito. Non del tutto, almeno!

Ecco, sì: Luke Scott è il figlio di Ridley, Morgan è la sua prima vera pellicola e no, non mi ha convinto del tutto. Dico questo dopo averci pensato su per settimane, a mente fredda; non si tratta del mio parere subito dopo la visione, viziato dall'influenza che un cognome come il suo può avere sull'appassionato comune, soprattutto se il tuo esordio è un film di fantascienza che tratta di intelligenze artificiali ed è prodotto dal tuo papà famoso e sicuramente di talento. Di Morgan, appunto, essere umano “sintetico” (qualcuno ha detto androide?) che un giorno aggredisce un membro dell'equipe che la studia costringendo la compagnia che finanzia il progetto ad inviare una “consulente” per cercare di capire se il progetto stesso è fallito miseramente oppure no.


Dicevo, ci ho pensato parecchio altrimenti, a caldo, avrei sputato veleno su un film del genere. Non perché sia brutto ma perché non ha una propria dimensione. Un film “meh”, il classico avrei ma non ho potuto, la solita storia del lasciare la via più intrigante per intraprendere quella più “facile”. Solo che, durate la visione, non stai lì a pensare ai possibili risvolti metafisici, etici, morali o scientifici che un tema come quella affrontato si porta appresso: guardi il film, fai le tue valutazioni, prendi le misure, supponi lo sviluppo e così via. Io, personalmente, mi lascio anche trasportare emotivamente e se avessi dovuto valutare “emotivamente” Morgan, a fine visione l'avrei cassato come la solita americanata. Perché il film di Scott junior parte in un certo modo, affronta certe tematiche, ti porta ad un certo livello di sintonia con i personaggi, con la vicenda, con i temi. Ti pone alcune domande a cui è facile dare risposte soggettive, sollevando questioni per nulla nuove ma mai banali e poi... diventa tutt'altro: appunto, un'americanata. Azione, inseguimenti e mazzate. Mettendo in ombra quanto di interessante era stato sollevato per tutta la prima parte e chiudendo con un colpo di scena che sembra una citazione involontaria (non vi dico a cosa, non ve lo voglio rovinare, ammesso che ci sia qualcosa da rovinare).

Che poi Luke è pure bravo, buon sangue non mente. Certo, a volte fa il compitino, altre il supporto di attori coi controcazzi si fa sentire (Kate Mara, Anya Taylor-Joy, Paul Giamatti, Toby Jones, Rose Leslie, Michelle Yeoh), c'è il comparto tecnico di papà (che produce), ma Morgan è senza sbavature, con momenti autoriali niente male e alcune idee per me veramente belle, tanto visive quanto "tecniche". Anche le scene d'azione le ho trovate ben dirette, per nulla confusionarie. Solo che ad un tratto diventa un altro film. Un film qualunque. Un film che sembra voglia scacciare quella pesantezza emotiva che lo ha contraddistinto per più di metà minutaggio. Nasce spontaneo, per me, il paragone con Ex-machina ed ecco, per quanto il film di Alex Garland non mi sia piaciuto, aveva una propria identità che manteneva fino alla fine, senza tradirsi, osservando il tema da un punto di vista per nulla scontato, per nulla banale. Andando fino in fondo. Qui invece ci troviamo di fronte a della fantascienza ben fatta, che cede più volte all'horror, con un anima da thriller... che poi diventa l'ennesimo film su Jason Bourn.
Qui sembra quasi che ci sia stata paura di osare, anche se non so a chi dare esattamente la colpa: allo sceneggiatore Seth W. Owen? Al regista? Al produttore?


Morgan è un film sull'identità, sulla coscienza di se e della percezione che gli altri hanno di “noi”. Un film sull'identità e su come questa cambi a seconda dello “sguardo” che la osserva e definisce. Quando una coscienza artificiale diventa “reale”? Forse quando diventa autocoscienza? Esiste un concetto di reale e di umano o la realtà è determinata dallo sguardo con cui essa viene osservata? In questo caso specifico, Morgan smette di essere “artificiale” quando ottiene autocoscienza di se stessa, dei suoi sentimenti, della sua identità... o nel momento stesso in cui chi le sta attorno la concepisce come “umana”? Tutti quesiti a cui si prova a dare una risposta attraverso le interazioni tra i personaggi, loro sì umani più che umani, ma che si perdono nel momento stesso in cui il film si trasfigura concedendosi alla retorica action. Per me un gran peccato.

A questo punto cosa sarà lecito aspettarsi da Luke Scott? Difficile dirlo. Bisogna vedere se questo regista resterà per sempre sotto l'egida paterna o riuscirà ad affrancarsene. Solo il tempo potrà darci una risposta, in questo caso. Sperando sia positiva e non solo l'ennesimo esempio di nepotismo hollywoodiano.


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